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Sara 1, Sara 2…. Sara 3! Chiudiamo il trittico delle Sare

Sara 1, Sara 2…. Sara 3! Chiudiamo il trittico delle Sare

Io e questa terza Sara del trittico Sare 🙂 ci conoscevamo già prima di queste fotografie ma quella giornata trascorsa insieme quasi orami un anno fa ci ha reso più vicine. E posso dire con serenità che dopo quel giorno la nostra amicizia è cresciuta molto e nulla è più stato come prima. Perchè io credo che, analizzando ciò che mi è capitato, in fondo più che fare foto, mi sono messa in relazione con delle persone e abbiamo condiviso un’esperienza. Che poi oggi ci siano le foto è la parte meno importante, è la esperienza condivisa il valore aggiunto. Vi allego la intervista di Sara sull’esperienza in modo che la possiate leggere e magari trovarci qualche spunto di riflessione per voi stesse/i.

Ciao! Come ti chiami? Solo nome, volendo puoi anche inventartelo o trovarti un nome d’arte se questo si fa sentire più protetta 😉

Sara

Da persona comune, hai scelto di farti fotografare nuda e di partecipare a un progetto che verrà reso pubblico, è una scelta coraggiosa… perchè l’hai fatto?
A dire il vero non ho fatto molto caso alla dimensione pubblica del progetto, forse perché non mi vergogno del mio corpo in sé ma dell’associazione alla mia persona.

Siccome in questi scatti è sempre abbastanza difficile riconoscere il volto del soggetto, mi sentivo più tranquilla, protetta.

E poi era da un po’ che cercavo, ero inquieta, volevo provare qualcosa di nuovo, che rompesse gli schemi attraverso un’esperienza netta e profonda sia per la percezione del corpo fotografato (le riviste che ci vogliono perfette e finte, immobili, morte 🙂 sia per uscire anche con una scelta un po’ estrema, forse dolorosa e di certo spaventosa almeno all’inizio, da un periodo abbastanza prolungato di sofferenza nel rapporto con il mio, di corpo.

Volevo una rottura. Non mi ci riconoscevo più, inziavo a vederlo invecchiare, ingrossare, come se non fosse il mio, come se non mi appartenesse e io su di lui non avessi più alcun potere…

Quanti anni hai?

34 ma all’epoca degli scatti ne avevo ancora 33.

Che rapporto hai con il tuo femminile?

Controverso.

Come penso la maggior parte di noi.

A volte mi spaventa, mi pare un’arma molto potente in mano a una bambina molto inesperta, altre volte è divertente usarlo e vedere (di nascosto) l’effetto che fa. 🙂

Ci sono periodi in cui lo dimentico completamente, lo lascio per così dire dormiente, altri in cui ne sento prepotentemente la presenza e la voglia di esprimersi che porta con sé.

In tutti i casi è qualcosa di oscuro e meraviglioso che non credo di aver ancora accettato completamente, come fosse un affare strano che mi è stato regalato, appiccicato posticcio, e che io non so usare per bene. Tipo i doni delle tre buone fate alla piccola Aurora, presente?

Che rapporto hai con il tuo corpo?

Sacro, direi.

Sono io.

Mi ci identifico completamente.

Lo percepisco come un dono che mi definisce e mi esprime al mondo.

Per questo attraversavo un periodo di sofferenza pesante, nel non riuscire a gestirlo come avrei voluto.

Sono da sempre molto sportiva e quando la vita mi porta – perché a volte capita – a periodi di immobilismo, inizio a perdere la quadratura sia fisica che mentale. Il mio corpo è il primissimo e principale canale con cui comunico all’esterno.

Quando non lo percepisco correttamente, mi sento muta, legata, incapace di entrare in relazione. E chi mi conosce sa che questa per me è l’incarnazione dell’inferno.

In cosa pensi ti sia servito, se ti è servito, fare queste foto?

Ho fatto una scoperta interessantissima: convinta che mi sarebbero piaciuti di più gli scatti da distesa, in cui tutto regge grazie alla gravità, seno, addominali, gambe, sedere, tutto bello fermo là, alla fine invece mi sono emozionata enormemente con le foto in cui stavo seduta o in piedi.Perché erano più naturali, più vere. E mi rimandavano un’immagine di me che non conoscevo.

Alla fine ci possiamo vedere solo da uno specchio o attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica, e in entrambi i casi di solito cerchiamo di dare a vedere il meglio, petto in fuori pancia in dentro spalle aperte mento su occhi giù dai un bacio a chi vuoi tu… e non avevo mai visto la Sara rilassata, naturale, distesa. Che è viva, vera, in “movimento” e veramente più bella. Emozionante.

Cosa ti ha sorpreso nel farti fotografare nuda?

Vedermi donna. Non bambina, non ragazzetta, non androgina come spesso mi definisco e mi percepisco.

Ho pensato, nel guardare i provini, che uno spettatore che non mi conoscesse, avrebbe visto in quegli scatti una donna. Pure bella, a suo modo. E durante la sessione, anche se all’inizio la sensazione di essere goffa mi legava un po’ nei movimenti, ho adorato la resa incondizionata nel mettermi completamente nelle mani di Silvia. Che non regala altro se non pace, serenità, accoglienza e un immenso senso di amore.
Cosa hai imparato attraverso il farti fotografare nuda?

Che non sono un manichino di plastica.

Che sono un essere vivo e in mutamento, che nessun pezzo del mio corpo è fisso ma esiste in milioni di modi diversi a seconda del momento, del movimento, dell’angolatura, dello sguardo di chi lo vede.

Questo è arricchente e rasserenante.

Se hai un solo modello, ti sfianchi nel tentativo di raggiungerlo e poi di mantenerlo invariato e immobile. Non siamo copertine patinate, grazie a Dio.

E, più concretamente, ho ottenuto quella rottura che cercavo, che sapevo essere possibile ma che guardavo con inedia, come un obiettivo troppo lontano e un po’ utopistico. Ho perso 5 chili, mi sono rimessa a fare sport, ho proprio svoltato seppur con cose normali e fattibili, ma che hanno segnato realmente un punto di rinascita.

Ora che è passato del tempo, cosa ti resta nella mente, come ricordo di quell’esperienza?

Serenità. Non ricordo alcun genere di tensione o imbarazzo né paura. Quasi quasi mi vien voglia di rifarlo!

Cosa provi oggi guardando le foto che ti sono state inviate?

Stupore e tenerezza. E una punta di orgoglio per essermi lasciata andare.

 

Grazie Sara. Sei stata coraggiosa.

Silvia

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