Martina. La mia piccola sorella d’anima.

Martina. La mia piccola sorella d’anima.

Io e Martina siamo amiche. Siamo sorelle d’anima e compagne di viaggio nell’avventura di chi crede che il proprio cammino coincide con l’esprimere il proprio talento. Quando l’ho fotografata, non sapevo bene cosa aspettarmi. E in quelle ore ci siamo ritrovate vicine in un modo nuovo. Sotto la sua intervista, tutta da leggere. Trovaci anche tu dei pezzi di te dentro.

Ciao! Come ti chiami? Solo nome, volendo puoi anche inventartelo o trovarti un nome d’arte se questo si fa sentire più protetta 😉

Martina

Da persona comune, hai scelto di farti fotografare nuda e di partecipare a un progetto che verrà reso pubblico, è una scelta coraggiosa… perchè l’hai fatto?

Il genere del nudo mi ha sempre affascinata molto, nella storia dell’arte, nella fotografia, nella storia del cinema.

Secondo me il nudo è un il genere in cui si può valutare profondamente la bravura e la sensibilità (umana ed estetica) di un’artista.

Mi ha sempre molto affascinata anche la tensione, la relazione che si crea tra l’occhio dell’artista che ritrae e la modella, o il modello.

Nell’immaginario più comune, il ritratto di un corpo nudo spesso assume ovvie implicazioni erotiche; ma corpo nudo non è per forza immagine erotica.

Le foto erotiche hanno un loro fascino, un loro scopo.

Eppure un corpo nudo può essere ritratto senza preciso scopo, per pura celebrazione di ciò che è, in sostanza, colore, dimensione. Pura attenzione al corpo stesso in quanto entità, non al corpo come mezzo, tramite per implicazioni altre.

Quando Silvia mi ha parlato del suo progetto, ero certa che lei sarebbe riuscita in questo, nelle sue foto. Che il suo sarebbe stato uno sguardo privo di implicazioni, attento a forme, disegni e texture, colori e rifrazioni dati dal corpo stesso, dalla commistione tra esso e l’individuo che cela al suo interno, che lei conosce o si prende il tempo il di conoscere. Che lei “sente”, ascolta, rielabora e traduce in immagine.

E ho pensato che se mai qualcuno avrebbe potuto fotografarmi nuda, senza aggiungere nulla alla mia nudità, ma solo raccontandola ed esaltandola per quello che è, quella persona non poteva essere che Silvia. E ho pensato che il mio corpo si meritasse questo regalo dei suoi occhi.

Quanti anni hai?

28

Che rapporto hai con il tuo femminile?

Ambiguo. Mi dicono io sia una donna molto femminile, ma io non mi ci sono mai sentita abbastanza.
Per quanto io abbia una formazione pseudo femminista e intellettualmente preparata, spesso mi sono ritrovata prigioniera di stereotipi imposti da una società -come tutti la conosciamo- dove il femminile per essere considerato tale deve seguire canoni precisi.

Diciamo che è una continua battaglia, e una continua scoperta.

Che rapporto hai con il tuo corpo?
Vedi sopra 🙂

Io non posso dire di avere sempre profondamente amato il mio corpo. Anzi.

Gli ho sempre fatto una guerra spietata, e spesso lui me l’ha fatta -giustamente- pagare. Spesso percepisco il mio corpo come altro da me, riconoscendomi piuttosto nella mia mente, in quello che so, che penso.

Del mio corpo spesso non ho apprezzato forme e dimensioni, texture e superfici. Ho cercato di cambiarlo, l’ho affamato, l’ho punito per essere com’è.

Poi ho tentato di accettarlo, di parlargli. Di trovare un compromesso, tra me e lui. Ci sto lavorando. Andiamo sempre più d’accordo.

In cosa pensi ti sia servito, se ti è servito, fare queste foto?

Sicuramente, come ho accennato sopra, ho vissuto queste foto come un regalo al mio corpo, che così spesso ho maltrattato -e maltratto.

Mi spaventava molto non tanto l’idea di spogliarmi di fronte all’obbiettivo, ma l’idea di rivedermi poi nelle immagini, in tutte quelle parti di me che non mi piacciono.

E decidere di fare queste foto è stata una sorta di pacca sulla spalla -poi diventata un abbraccio- come a dirgli (al corpo) “dai, vedi che non sei così male, su”.

Cosa ti ha sorpreso nel farti fotografare nuda?

Il non provare nessun reale disagio. Come se fosse del tutto normale, naturale.
Di media non amo farmi fotografare in generale. Sono più abituata a stare dall’altra parte dell’obbiettivo. Ma assurdamente essere nuda davanti all’obbiettivo di Silvia era la cosa più naturale del mondo.

Cosa hai imparato attraverso il farti fotografare nuda?

Che davvero vediamo solo quello che vogliamo.

Che siamo spesso e volentieri le peggiori giudici di noi stesse, inclementi e cattive. Abbiamo un filtro davvero distorto che spesso non ci permette di vederci come siamo realmente, come fossimo costantemente dentro la giostra degli specchi deformanti del lunapark.

Ora che è passato del tempo, cosa ti resta nella mente, come ricordo di quell’esperienza?
Sono abituata ad esprimermi per immagini e sensazioni, direi quindi rosa cipria, seta e odore di torta di mele.

Cosa provi oggi guardando le foto che ti sono state inviate?
Le trovo belle. In senso puro. Mi ci trovo bella. E mai l’avrei creduto possibile.

Trovo che esprimano profondamente degli aspetti della mia persona che non avrei mai pensato potessero uscire dal mio corpo nudo in movimento piuttosto che da un ritratto serio in primo piano. E invece si, è così.

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